lunedì 1 maggio 2017

IL GRANDE FARDELLO







Vorrei scriverlo io un bel reality. Degno del nostro tempo e del nostro respiro oggi. Un bel programma che vi tenga avvinti davanti allo schermo una volta alla settimana e che vi unisca e vi divida. Qualcosa su cui spendere parole e partecipazione, una bestia mediatica mutante che s’insinui nelle pieghe della vostra natura domestica, intima, esclusiva e vi mangi l’anima e le pupille. Vorrei scriverlo io un bel reality. Una cosa fatta bene, senza lasciare nulla al caso e al sospetto della menzogna. Me la immagino già la selezione dei concorrenti. Signorine al bancone della reception ad accogliere senza emozione questa schiera di aspiranti al nulla pagato a peso d’oro. A peso morto. Arriveranno nei giorni fissati con tutta la documentazione richiesta. Saranno cartelle cliniche e radiografie e piaghe da mostrare dal vivo o quasi. Il festival della purulenza, della calcificazione, della degenerazione cellulare. Metastasi mostrate come fossero gioielli e quella rara maledizione di un male che non trova posto nella letteratura medica e ti regala il privilegio di una pelle fluorescente e di denti che cadono e ricrescono tutti i giorni. Vorrei scriverlo io un bel reality. Con questa schiera fitta di malati e minati, in bilico su cuori e polmoni collassati. Ci sarà una selezione e poi i migliori saranno chiusi in una corsia di un vecchio ospedale. E settimana dopo settimana, con dispendio di mezzi, le vite dei concorrenti saranno proposte al pubblico nella loro misera interezza. Naufragi esistenziali e poi la sciagura del corpo che cede. I parenti saranno invitati in studio e racconteranno il loro disprezzo e la loro delusione per quelle persone, che erano mediocrità tagliata a fetta spessa prima del male e poi meschina richiesta d’aiuto. Vorrei scriverlo io un bel reality dove la pietà sarà bandita nel nome dello spazio pubblicitario. E non ci metterei una bella presentatrice, son buoni tutti a mettere al timone di un programma così una figa con la donna intorno che finge intelletto  nel nome delle sue cosce e basta. No, nel mio reality d’avanguardia il presentatore sarà un medico, diretta emanazione di quel dottore dei poveri alter ego di Celine nel suo viaggio al termine della notte. E con lui una commissione ripresa da quelle che giudicavano gli scemi di guerra o i ragazzi destinati alle differenziali o che semplicemente curavano imponendo le mani sulle manopole dell’elettroshock. E non mancherà un prete di una qualsiasi religione e un mago e un guaritore e un ciarlatano o forse uno varrà per tutti gli altri. Puntata dopo puntata si rimanderanno nel loro letto a casa i concorrenti scelti dal pubblico e solo uno resterà e vincerà. Vorrei scriverlo io un bel reality dove il vincitore avrà il privilegio dell’eutanasia, applicata davanti all’immensa platea da casa che applaude. Vorrei scriverlo io un bel reality e lo intitolerei “Il grande fardello”.





domenica 26 marzo 2017

Un po' per scherzo ma nemmeno tanto




Nella cantina di un palazzone
tutti i gattini senza padrone
organizzarono una riunione
per precisare la situazione.
Quarantaquattro gatti,
in fila per sei col resto di due,
si unirono compatti
in fila per sei col resto di due
coi baffi allineati,
in fila per sei col resto di due
le code attorcigliate
in fila per sei col resto di due.
Sei per sette quarantadue
più due quarantaquattro.
Loro chiedevano a tutti i bambini,
che sono amici di tutti i gattini,
un pasto al giorno e all’occasione,
poter dormire sulle poltrone!...
… naturalmente tutti i bambini
tutte le code potevan tirare
ogni momento e a loro piacere,
con tutti quanti giocherellare…
Quando alla fine della riunione
fu definita la situazione
andò in giardino tutto il plotone
di quei gattini senza padrone.

Alla decima edizione dello Zecchino d’oro (1) vince Quarantaquattro gatti, cantata dalla piccola Barbara Ferigo. L’anno è il 1968 e quei gattini che si riuniscono nella cantina di un palazzone già ci raccontano l’Italia che, a Miracolo economico bell’e finito, fa i conti con un’edilizia popolare che ha visto crescere nelle periferie delle grandi città, nel nome di speculatori e faccendieri, immensi quartieri dormitorio. Ariempire quei palazzoni è arrivata la manodopera a basso costo, che soprattutto tra gli anni Cinquanta e i Sessanta ha abbandonato le campagne. Per inseguire il sogno di una vita migliore. E i gatti? Hanno fatto immediatamente loro la nuova dimensione urbana e sanno come muoversi in quel ritrovo sotterraneo. Sono felini del loro tempo. La riunione è, il testo risulta esplicito in tal senso, organizzata, e serve a fare il punto sulla situazione, sul presente di randagi costretti a fare i conti con una quotidianità senza certezze. E parte un ritornello che è già incedere a tempo di marcia, di tarantella, più che di corteo, efficace nella sua nota surreale. Meno didascalico di

(…) compagni dai campi e dalle officine
prendete la falce e portate il martello
scendiamo giù in piazza picchiamo con quello
scendiamo giù in piazza e affossiamo il sistema (…)

Capita spesso di sentirla in giro questa canzone in quegli anni.

Manifestazione del PCI. In primo piano si possono riconoscere Giorgio Arlorio, Paolo Pietrangeli, Adriana Martino, G.M. Volontè, Bruno Cirino e Ludovica Modugno. Sullo sfondo Enrico Berlinguer, Giancarlo Pajetta, Luciano Lama.

Vero inno del '68 fu però Contessa di Paolo Pietrangeli, uno studente comunista lettore di "Classe Operaia" e di "Operai e capitale", che la scrive nel maggio 1966 durante l'occupazione dell'Università di Roma seguita all'uccisione dello studente Paolo Rossi da parte dei fascisti, avvenuta il 27 aprile. E la scrive in una notte, prendendo spunto dalle conversazioni che una certa vecchia borghesia faceva a proposito di quell'occupazione e di pretese orge sessuali e dalla cronaca di un piccolo sciopero avutosi a Roma in una fabbrichetta, dove il padrone, certo Aldo, aveva chiamato la polizia contro i suoi operai che facevano picchettaggio. (2)

Sta di fatto che, a distanza di quarant’anni, i gatti marcianti e rivendicanti si sono ritagliati la loro bella funzione iconica e, nel loro proporsi matematico, sembrano davvero aver trovato un appiglio mnemonico formidabile. Nella memoria condivisa a Contessa non è andata altrettanto bene, almeno in base all’esperienza personale, visto che mio figlio, reduce di scuola materna recente, canta ancora le gesta dei gatti sediziosi ma non sa niente dell’industria di Aldo. Qui si potrebbe aprire il baratro del dibattito sull’istruzione in Italia ma siamo ingaggiati in ben altro impegno e passiamo oltre. Torniamo ai nostri gatti. Essi, i felini, intavolano un piano di trattative, una sorta di piattaforma sindacale che vogliamo immaginare portata avanti da un gattone baffuto, che anche l’iconografia vuole la sua parte. La loro controparte sono i bambini, l’utente finale direbbero quelli del marketing, per cui si saltano genialmente tutti i passaggi di mercato e le intermediazioni. Dal produttore di fusa al consumatore di code. E la richiesta è vitto e alloggio, casa e pane. Nella migliore tradizione di quei giorni contestatori e di piazza appunto. Ovviamente non si pretende la gratuità di quelle concessioni ma si cerca di addivenire a un accordo, che stabilisca un reciproco vantaggio senza ledere la dignità di nessuno. Addirittura si riconosce come bene di scambio il piacere, individuato nella pratica diffusa tra i cuccioli d’uomo di divertirsi lasciandosi scappare anche qualche piccola angheria ai danni della classe felina. Stabilito il piano delle trattative, i gatti escono in strada, abbandonano la sotterranea sedizione e marciano per le strade. E forse nell’ultimo verso si raccoglie nella sua completezza l’intera epoca, mentre si dichiara che i gatti suddetti non soggiacciono alla volontà di nessun padrone.

La riflessione su Quarantaquattro gatti e il suo tempo serve a introdurre il senso che ci siamo riproposti di dare a questo viaggio su pagina attraverso mezzo secolo della nostra storia con l’ausilio delle canzoni. Negli ultimi anni lo storico si è trovato nella necessità di ridefinire il suo approccio metodologico, tenendo conto della molteplice proposta mediatica. Cinema, letteratura, televisione, rete, fotografia, solo per citarne alcune, sono titolari di un loro linguaggio che, oltre a farsi prevalente, ridisegna, con le interazioni tra i diversi ambiti, scenari complessi. La sfida deve essere raccolta dallo storico, che da queste nuove fonti può attingere all’identità profonda di una collettività. Nel nostro caso le canzoni interrogate attivano un percorso a ritroso che le ricolloca nel loro tempo di gestione e produzione ma sollecitano anche una riflessione sull’insistenza di quei versi e quei ritornelli sul presente o in altre fasi storiche rispetto a quelle della realizzazione. Lo sviluppo tecnologico è la chiave di volta di questo tipo di ricerca sulla canzone, consentendo di recuperare anche una parte consistente del patrimonio orale che non era stato trascritto ma che trova testimonianza in lacche e nastri.

Innanzitutto, come abbiamo detto, c’è l’effettiva difficoltà di studiare la storia attraverso un documento così complesso. Una canzone è composta da un impianto musicale, da un testo, dalla voce del cantante, dalle sonorità, dai supporti attraverso cui si diffonde nella società. (3)

Il problema che si sono trovati ad affrontare gli storici che per primi si sono misurati con la canzone come fonte è legato essenzialmente alla possibilità che l’analisi, riferendosi prevalentemente alla parte testuale della canzone, finisca per escludere la struttura sonora che è elemento portante del documento sonoro. In altri nostri lavori abbiamo per questo affiancato al volume un supporto digitale che proponesse le canzoni trattate nel volume cartaceo. Disguidi interpretativi possono nascere dalla riduzione della canzone alla mera analisi testuale, mentre bene possiamo immaginare che la stessa è il prodotto dell’interazione di musica, testo e interpretazione. A questo si può ovviare grazie agli spartiti pubblicati e soprattutto all’ampia disponibilità di fruizione offerta dai media. In questo senso auspichiamo che questo nostro viaggio per immagini sonore nell’Italia degli ultimi cinquant’anni diventi il motore di una ricerca libera, che possa partire dai materiali proposti e portare il lettore a costruire un suo autonomo percorso. Intendiamo utilizzare la canzone che, con un termine improprio ma colloquialmente comodo, fa riferimento al repertorio dei cantautori, ma più propriamente ci rivolgeremo alla produzione sonora di artisti singoli e gruppi, che declinino, nel loro percorso creativo, contenuti che possano risultare utili per la lettura di un epoca. Tutte le canzoni sono fonte efficace, ne fa fede la digressione su Quarantaquattro gatti, che è esegeta del suo tempo alla stregua di Papaveri e papere cantata da Nilla Pizzi nel 1952

Lo sai che i papaveri
son alti, alti, alti
e tu sei piccolina
e tu sei piccolina(4)

o di Borghesia cantata da Claudio Lolli venti anni dopo

Vecchia piccola borghesia
vecchia gente di casa mia,
non so dire se fai più rabbia,
pena, schifo o malinconia (5)

Lo storico Giovanni De Luna, in un saggio (4), che è un riferimento metodologico per tutti quelli che intendano confrontarsi con la storia attraverso le cosiddette fonti mediatiche, definisce efficacemente i criteri della ricerca. Superata la visione positivista dello storico, inteso come un ordinatore di documenti, che interagisce con gli stessi con un ruolo prettamente tecnico, che ne azzera la dimensione soggettiva, De Luna auspica la presa di responsabilità del ricercatore. Si tratta dunque di mettersi dichiaratamente in gioco, per quelli che sono gli strumenti legati all’analisi documentale ma anche sulla base di nuove responsabilità acquisite. Lo storico è ora chiamato a un ruolo complesso:

crea le fonti, crea il fatto storico, si propone come un intellettuale che contribuisce a creare identità collettive (6)

Lo storico dunque assume consapevolmente il proprio vissuto e la propria personalità come parte integrante del proprio progetto di ricerca. A garanzia della scientificità di questo approccio l’impegno responsabile dello storico deve essere rivolto all’attenzione con cui si interrogano le fonti, definendo compiutamente il proprio percorso metodologico nell’interazione tra fonti, ipotesi interpretative e soggettività. La sinergia di questi elementi porta all’elaborazione di un percorso nella storia che è eminentemente un percorso narrativo. Lo storico deve raccontare efficacemente.

è proprio nella storia che si fa racconto che si annida il rischio della frigidità intellettuale dello storico, della sua incapacità di creare i personaggi dopo aver creato i fatti e le fonti. (7)

Partendo da questo criterio metodologico, abbiamo deciso di costruire un percorso nella storia italiana degli ultimi cinquant’anni che fosse anche un viaggio emotivo. Le canzoni da utilizzare sono innumerevoli, abbiamo anzi sottolineato che tutte le canzoni servirebbero alla nostra causa, e per quanti sforzi si possano fare ci sarà sempre qualcosa di più efficace e evocativo che non è stato citato. A questi punto, piuttosto che costruire una griglia di selezione dei brani, farraginosa e inevitabilmente destinata a rivelare i suoi limiti, abbiamo deciso di procedere nella selezione con un criterio prevalentemente emozionale, che è poi uno dei motori fondamentali per la fruizione delle canzoni. Per ogni periodo, dagli anni Sessanta a oggi, proporremo delle canzoni che saranno utilizzate perché trasferiscono efficacemente alcuni aspetti di lettura del tempo a cui intendiamo relazionarle. Ci saranno brani che ci racconteranno il processo di industrializzazione degli anni del Miracolo economico e altre che sapranno restituirci i riferimenti appropriati per raccontare il passaggio tra la Prima e la Seconda repubblica. Il criterio di gestione cronologica delle fonti ci consente di raccontare la mafia degli anni Ottanta con una canzone scritta vent’anni dopo e gli anni del Boom economico partendo dal racconto di un film girato nel decennio successivo. Abbiamo però cercato di restringere l’ambito rivolgendoci prevalentemente alla canzone autoriale, ovvero a quei brani che, sia per quel che concerne lo spartito sia per il testo, attivano un significativo criterio narrativo e testimoniale. Siamo ben consci dell’ambiguità della definizione di presunta autorialità, intesa come discrimine tra la canzone densa di contenuti e quella più leggera. Del resto, in altro ambito, ma sempre confrontandosi con la produzione mediatica, lo stesso legislatore s’è trovato di fronte a questo imbarazzo. Come distinguere, in relazione alla tutela del diritto d’autore, lo scatto fotografico eseguito dal grande fotografo da quell’altro, magari altrettanto efficace dal punto di vista narrativo, scattato dal turista di passaggio. La legge arriva a distinguere tra opera dell’ingegno e semplice fotografia, specificando che la prima è il risultato di un processo intellettuale complesso, l’altra è data da un concomitanza piuttosto occasionale di passione e fortuna, non rilevandosi nella semplice fotografia un cursus honorum del realizzante che può farla assurgere a opera riconosciuta e tutelata (9). Questo lo segnaliamo per rendere esplicita la difficoltà di definire opportuni discrimini nell’ ambito della produzione artistica. Resta il fatto che tutte le canzoni sono d’autore e anche tutte le fotografie a ben vedere. Ci rendiamo quindi conto che già la definizione autoriale presta il fianco e ingenera equivoci. Se, invece che sulla pagina, fossimo seduti a un tavolo, ben saldi al vincolo amicale e a piatti e bicchieri colmi, si potrebbe dire “…insomma, ci siamo capiti…”. Così non è, e allora, sfuggendo anche alla trappola della definizione cantautore, per dar migliore ragione del nostro non criterio di selezione delle canzoni, possiamo solo invitarvi a esplorare queste pagine. In quest’ottica ha un senso partire proprio dagli anni Sessanta, quando la canzone, svincolata dall’ambito prevalentemente sanremese, acquista vigore nuovo. Diventa anche autoriale.
A questo punto si può provare a sovrapporre, a quelle proposte in queste pagine, le vostre più efficaci immagini sonore e mnemoniche, in una catena di riferimenti infinita. Ripartireste magari da Quarantaquattro gatti, saltando i riferimenti politici che, a nostro giudizio, non erano così intenzionali in chi ha scritto il pezzo ma piuttosto davano conto del linguaggio di quei giorni. Per la stessa ragione, siamo sempre nel maggio 1968, nelle pagine di Topolino compaiono storie intitolate Paperino e i nipotini protestatari (10). E proprio riferiti all’autore di Quarantaquattro gatti potreste scoprire che il maestro Pippo Casarini, oggi ottantaquattrenne, ha una biografia che da sola è iconica di cinquant’anni della nostra storia. Alla fine della Seconda guerra mondiale, partecipe dell’euforia di quei giorni di ricostruzione, intraprende una vita avventurosa e nomade, suonando nei locali notturni italiani e europei. Arriverà a vivere anche tre anni a Calcutta dove, con la sua musica, accompagna le ballerine inglesi del Blue Bell Girls. Casarini ha all’attivo oltre cento pezzi e già nel 1946, mentre l’Italia si sta ancora scrollando di dosso la polvere dei bombardamenti, su una riviera adriatica ancora lontana dall’essere la meta del turismo di massa che conosciamo, impazza Spirù, il suo ballabile più celebre. Tornato in patria dai vagabondaggi artistici che lo hanno portato in giro per il mondo, negli anni Cinquanta, scorazza per la provincia in una Seicento gravata sul portapacchi, allora si diceva imperiale, dalla mole e dal peso di un contrabbasso. L’utilitaria e l’impegno incessante con i locali italiani sono già segnale di Miracolo economico in corso. A quarant’anni il maestro sente che è ora di cambiar vita. Il bisogno di concrete certezze, il porto sicuro del posto fisso diventano l’urgenza di Casarini e di moltissimi italiani. Il diploma preso al conservatorio, in una parabola che è tutta nella costruzione del ceto medio borghese di quegli anni, torna buono per insegnare musica nelle scuole. Ancora i provveditorati non dovevano accollarsi il compito di tenere in piedi la potente macchina del precariato che esprimono al presente. Sta di fatto che Casarini, ottenuto l’insegnamento in una scuola media del modenese, non ha voglia di rassegnarsi a una vita tutta casa e cattedra. La sera ripassa con le dita sulla tastiera del piano e cerca di farsi venire un’idea. Finchè gli capita per le mani il bando del concorso dello Zecchino d’oro. Quarantaquattro perchè tanti sono i suoi anni mentre scrive la canzone. Gatti perché sono la sua passione, rinnovata in quei giorni, così dice l’agiografo, da una visita romana a parenti in cui aveva visto i felini acciambellati al sole tra i resti archeologici. Formidabile souvenir d’Italie davvero. E da qui il testo e certa evocazione alla protesta che in quei giorni monta. Il maestro viveva a partire dalla fine degli anni Cinquanta a Modena, che in fondo è a un tiro di schioppo da Reggio Emilia e… Forse stiamo forzando la mano. Allora, per dar senso compiuto al nostro esplorare, si potrebbe focalizzare l’attenzione sulla piccola esecutrice del brano, quella Barbara Ferigo portata a Bologna da Gorizia, città capitata sui bordi dei due blocchi postbellici, grossolanamente divisa sulla carta senza rispetto di catasti e parentele, in nome di un nuovo ordine mondiale. In funzione di quel fronteggiarsi a tendere i nervi allo spasimo, che fu l’essenza della guerra fredda. Quanto si potrebbe ancora raccontare partendo da lì e arrivando magari al coro bolognese dell’Antoniano, di marcatissimo riferimento cattolico, specchio di un modo di concepire la televisione, l’informazione, la socialità. A questo punto non ci resta che invitarvi a entrare, coi modi che perdonerete goffi di un imbonitore da baraccone, in questo viaggio di suoni e memoria. Vorremmo però lasciarvi con un altro indizio per il vostro percorso personale. Il maestro Casarini ci riprova con lo Zecchino d’oro del 1974, presentando un brano intitolato Nozze d’argento. Non passa nemmeno la selezione. Già, quello era l’anno del referendum sul divorzio (11).

(…) La storia siamo noi, nessuno si senta offeso,
siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo.
La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso
(…) (12)


(1) Lo Zecchino d’oro è una rassegna canora per bambini che prese il via a partire dal 1959. Le canzoni erano eseguite da bambini e supportate, a partire dal 1961, dal piccolo coro dell’Antoniano di Bologna. Arrivato fino ai giorni nostri, lo spettacolo ebbe tra gli anni Sessanta e i Settanta un enorme successo, testimoniato all’epoca  anche dalla fortuna discografica di alcune delle canzoni proposte.
(2) Cesare Bermani, Il Nuovo canzoniere italiano, il canto sociale e il movimento, in Nanni Balestrini (a cura di), L’orda d’oro, Milano, Feltrinelli, 1997, pag. 96
(3) Marco Peroni, Il nostro concerto, Firenze, La Nuova Italia, 2001, pag.2. Questo volume, in edizione ampliata, è stato successivamente ripubblicato da Bruno Mondadori nel 2004.
(4) Nilla Pizzi, Papaveri e papere, 1952
(5) Claudio Lolli, Borghesia, in Aspettando Godot, 1972
(6) Giovanni De Luna, La passione e la ragione, Firenze, La Nuova Italia, 2001. Questo volume, in edizione ampliata, è stato successivamente ripubblicato da Bruno Mondadori nel 2004.
(7) Giovanni De Luna La passione e la ragione, Firenze, La Nuova Italia, pg 44
(8) Giovanni De Luna La passione e la ragione, Firenze, La Nuova Italia, pg 51
(9) L'opera fotografica è stata contemplata nell'ambito delle opere protette dalla legge sul diritto d'autore soltanto nel 1979 dalla legge 399/78 e del D.P.R 19/79, in via interpretativa Cass. 1988/84 fondava tale distinzione sull'elemento della creatività dell'opera frutto dell'ingegno dell'autore. Lo stesso criterio fu adottato dalla già citata pronuncia di Cassazione n. 8186 del 4 Luglio 1992 per la quale "Nella disciplina del diritto d'autore di cui alla legge 22 Aprile 1941 n.633, l'opera fotografica …gode della piena protezione accordata dalla legge, comprensiva della tutela del cosiddetto diritto morale d'autore, qualora presenti valore artistico e connotati di creatività, mentre beneficia della più limitata tutela di cui ai successivi artt. 87 e seguenti (in tema di diritti connessi con il diritto di autore), quando configuri un mero atto riproduttivo privo dei suddetti requisiti.".
(10)              Paperino e i nipotini protestatari, in Topolino, 26 maggio 1968, pgg 3-7
(11)              Il 12 maggio 1974 gli italiani sono convocati alle urne per decidere se abrogare o meno la legge Fortuna-Baslini del 1970, con la quale era stato introdotto in Italia il divorzio.
(12)              Francesco De Gregori, La storia, in Scacchi e Tarocchi, 1985

domenica 9 ottobre 2016

Le icone del Novecento. 1961, il muro di Berlino










E proviamo a raccontare storie e storia attraverso una fotografia iconica del Novecento. Andiamo al link qui sotto.




1961, il muro di Berlino











venerdì 27 maggio 2016

Tempo di scrivere, tempo di guardare



Carlo Naya, Scrivano e traduttore, Napoli, 1865



Carlo Naya, nato a Tronzano Vercellese nel 1816 e morto nel 1882 a Venezia, lega alla città lagunare la sua fama di fotografo. In realtà compì i suoi studi universitari a Pisa e viaggiò molto in Italia e all’estero ma è effettivamente a Venezia che la sua attività di fotografo ebbe chiaro compimento professionale. Normalmente dedicato al racconto della città secondo uno schema narrativo riconducibile all’esperienza dei vedutisti, subisce il fascino del fermento che si muove tra le vie strette della città che i suoi magnifici scorci non sanno certo raccontare. Nella sua produzione affiorano dunque reperti di quella che oggi chiamiamo foto sociale, racconti di marginalità, di piccoli commerci di sussistenza. Una foto notissima, risalente al 1865 e che, colorata, ritroviamo anche nel catalogo di Giorgio Sommer è quella dello scrivano e traduttore di piazza. Realizzata a Napoli questa immagine è una sintesi efficacissima del suo tempo. Siamo agli albori dell’unità d’Italia e il meccanismo di costruzione dell’identità nazionale è ancora lungi dall’essere avviato secondo la strategia che prevede l’attivazione di percorsi scolastici minimi estesi a ampie fasce della popolazione, così da poter costruire una lingua condivisa sulla babele di altre lingue e dialetti che suonano avverse al concetto stesso di unità. Il grado di scolarizzazione in quello che fino a pochi anni prima era il dominio borbonico era piuttosto basso e per leggere le lettere, per scriverle alle persone care che s’erano avviate verso i flussi migratori, toccava chiedere aiuto a persone istruite. Lo stesso valeva per la gestione burocratica della propria vita, documenti, ingiunzioni, chiamate alla leva, tutto quel sistema complesso che oltre la scolarzzazione puntava alla costruzione a tappe forzate di un identità condivisa. Nei vicoli napoletani Carlo Naya fotografa dunque questo scrivano e traduttore ambulante mentre offre i suoi servizi professionali a una donna. Il personaggio ha un aspetto strano, marca la sua immagine di studioso ponendo l’accento anche sui modi e l’aspetto secondo una divertente strategia di marketing. La donna, nella posa cercata dall’artista, guarda allo scrivano come al maestro di porta di un mondo misterioso e irragiungibile.
Sembrano memorie di un tempo lontano.

A Torino quando il tempo è propizio un ragazzo tunisino sposta il suo ufficio all’aperto e riceve i suoi clienti. Permessi di soggiorno, curricula, libretti di lavoro. C’è una piccola fila ordinata in attesa nel tardo pomeriggio e c’è un vassoietto con i biscotti per ingannarel’ansia. Guardandolo mi sono ricordato di Carlo Naya e del mio rifiuto di pensare “le immagini di un tempo” preferendo piuttosto pensare che le immagini hanno tutto il tempo che vogliono. Con buona pace di quelli che non seppero spiegarsi a suo tempo perché il mio racconto per immagini dei giorni del boom economico passasse dai vicoli delle città percorsi dall’acquaiolo e dall’impagliatore di fiaschi. Le fabbriche c’erano, certo che c’erano, perché i racconti valgono tutti. Tutti appunto. E questo me lo son fatto scrivere da un signore alla fermata del tram. Per pochi spiccioli in cambio. Tenetene il debito conto.


Giorgio Olmoti, Scrivano e traduttore, Torino, 2012

lunedì 23 maggio 2016

Di me e di Mario Dondero. Perchè se non si va non si vede.







Il 13 dicembre del 2015, giusto un pugno di mesi e settimane ad arrivare a oggi, muore Mario Dondero. Scrivere “il fotografo Mario Dondero” sembra, nel suo caso, tremendamente riduttivo e, del resto, legarlo a tutte le disparate attività che lo hanno visto mettersi in gioco nel corso di un’esistenza mossa sempre dalla voglia di andare e scoprire, finisce per essere un problema serio. Mario Dondero è il respiro di una pratica narrativa che passava dalle fotografie e dai viaggi e dalla sua voce e da i suoi occhi che nel lampo ti restituivano l’intuizione di tutto quello che potevano aver visto. Alla notizia della sua morte, nel corso della puntata che settimanalmente registro per la radio da quasi trent’anni, ho parlato di lui, l’ho raccontato per come potevo e per cosa sapevo. Quella di parlare di fotografia alla radio è una mia vecchia abitudine e a ben vedere rischia di essere ogni volta una sorta di suicidio mediatico, considerato che la natura stessa dell’immagine fotografica, partendo banalmente dalla sua etimologia, si scontra con il mezzo radiofonico, fruibile dall’orecchio ma indifferente alle lusinghe dello sguardo. Eppure da anni parlo di fotografia alla radio e anche grazie alla diffusione della rete posso appoggiarmi ad altri media per cercare di aggiungere tasselli al mio racconto per immagini immaginate che parte dai microfoni della radio.


Quella sera avrei voluto raccontare Mario Dondero con un approccio scientifico che la pratica del mio mestiere mi offre. Potevo restituirlo all’epica narrativa dell’umano genere da lui costruita nei decenni. Potevo fermarmi sulla natura inclusiva del suo sguardo fotografico, che sentiva come un delitto la perdita d’attenzione anche per le cose minime. Sarei di certo finito a sostenere, come altri prima di me hanno fatto e come ogni tanto, per cenni e intese, pareva fare anche lui, che per Mario scattare le foto era servirsi di un magico grimaldello che lo faceva entrare nelle altre esistenze. Quella perenne macchina fotografica al collo gli consentiva di afferrare la natura a volte più intima della misura umana che tutti ci portiamo addosso nel bene e nel male. E per Dondero le vite degli altri, presi uno a uno, non erano solo una possibilità narrativa ma piuttosto un irrinunciabile occasione, quasi una ragione primaria attribuita alla sua esistenza nomade. Perché Dondero fermo in un posto pareva non saperci stare, andava e veniva da Parigi, prendeva casa in una città e poi ripartiva e poi ancora spariva sul serioa. Andava e regalava. Perché se partiva lo faceva per andare a regalare quello sguardo suo all’Africa o all’Asia o ai vicoli di una città vicina e conosciuta nelle sue pieghe più profonde o anche solo intuita con quel genio che gli faceva cogliere l’essenza delle cose nella sintesi formidabile di uno scatto. Trovarlo non era facile. Anche quando c’era da parlargli di lavoro. Finiva per apparire da solo qando cominciavi a pensare davvero che non lo avresti visto più, rinnovando la sua leggenda, costruita anche dai suoi stessi colleghi nel tempo. Già la leggenda. In questi trent’anni di esplorazione della fotografia italiana che mi ha permesso di fare libri fianco a fianco con alcuni dei formidabili protagonisti della stagione del fotogiornalismo italiano, tutti avevano delle storie mirabolanti da raccontare e spesso Dondero era il protagonista. Più di una volta ho sentito raccontare la storia dell’italiano che arriva in uno sperduto villaggio africano e quando il capo tribù capisce da che posto arriva lo straniero, suona tremendamente come una barzelletta e me ne rendo conto, gli chiede notizia di Mario Dondero. Segno che lui e le sue Leica erano già arrivate anche lì. La storia finiva qui o spesso aveva un’ ennesima potentissima appendice picaresca ma si badi che la vera cosa prodigiosa era che a tramandarsi questa vita straordinaria erano uomini fuori dal comune, gente pronta a sfidare il destino per uno scatto, disposti a viaggiare con tutti i mezzi possibili e prontia guardare con i loro occhi sfrontati la vita e la morte. Gente avvezza alla polvere e che alla polvere, in barba all’ammiccamento letterario, non chiedevano niente ma piuttosto rispondevano. Proprio quella razza lì che, confessiamolo, difficilmente si sbilancia a parlare del lavoro di altri come loro, aveva trovato in Dondero una figura narrativa a cui affidare la costruzione del loro mito e tenerlo vivo.






Con Mario Dondero mi ero incontrato a vario titolo, spesso per caso, ritrovandoci a tavoli in cui condividevamo amici e sorrisi. Mi presentavano e passavamo qualche minuto a ricordarci dove ci eravamo già visti. Cose così insomma. Per ricordarlo però voglio raccontare una cosa che lo vede come protagonista fino a un certo punto ma che è piuttosto una mia storia, parte del mio andare, preso come sono anche io da quella febbre maledetta del nomadismo.

Doveva essere l’inverno del 1997. Mi trovavo in via Tomacelli a Roma, nella redazione degli Editori Riuniti. Stavo mettendo a posto con il grafico l’impaginato del mio libro sul Boom economico, un racconto per immagini dell’Italia alla metà degli anni Cinquanta. Il volume sarebbe uscito di lì a poco ottenendo grande successo di vendite e di pubblico. Avevo coinvolto grandi nomi della fotografia italiana e alcuni sarebbero diventati amici dopo quella esperienza, altri li frequentavo da prima. Gianni Berengo Gardin, Enzo Sellerio, Piergiorgio Branzi, Melo Minnella e tanti altri, avevano contribuito alla costruzione di quel racconto corale. All’appello mancava proprio Mario Dondero ma in quei giorni sembrava impossibile trovarlo. Ci eravamo rassegnati a fare a meno delle sue foto. Era sera. Se non avete mai lavorato in una redazione, sappiate che nelle sere invernali la luce delle lampade che batte sulle bozze è qualcosa che ti si ficca nelle pieghe delle palpebre e ti gonfia gli occhi e tu a correre a filo di penna o matita sulle righe e le parole, sempre in bilico, sempre a mezzo respiro. A una certa ora e d’inverno poi, nelle redazioni si parla poco. Meno. Anche io. Puoi non crederci ma è così. Stavo ultimando la bibliografia di riferimento per poi andare con la metro alla stazione e ritornare a Perugia. In quei giorni facevo la spola tra la casa dei miei nel capoluogo umbro e la redazione di via Tomacelli, in quel ventre costoso di Roma con i negozi delle grandi firme e la marea mugghiante dei turisti che monta a ore fisse e senza ragione che non sia l’influsso della luna. Insomma ero lì dal mattino presto, dopo una trasferta all’alba su certi convogli sgangheri che da Perugia arrivano alla capitale e, per coprire quella breve distanza, toccava pure cambiare e prendere coincidenze al volo. Stanco. Avevo voglia di scendere giù al bar a bermi qualcosa. Volevo però finire. Avevamo già impaginato e mancavano solo i dettagli. A un certo punto si apre la porta e entra il sorriso di Mario Dondero. Ficcato in un cappottone e con una borsa gonfia a pendere sulla spalla. Da giurarci che dentro ci teneva anche la macchina fotografica. Alzo la testa dalle bozze e non ci credo. Lo guardo come si guarderebbe un fantasma. Passato a salutare, così dice. Gli chiediamo se ha una foto degli anni Cinquanta sua da darci per il libro e dalla borsa esce una stampa in bianco e nero su carta politenata. Ridiamo. A pochi secondi dalla fine. A quel punto, mentre il grafico a gomitate fa spazio nell’impaginato per regalare l’onore di una pagina intera alla foto di Mario, rimaniamo lì a scambiarci parole e gli racconto dei miei viaggi con le tradotte che arrivano dall’Umbria e lui ride. Poi facciamo progetti e lui sorride quando cerco di ricostruire la distribuzione tra case e donne e parenti e fughe del suo archivio. Impresa titanica. Ridiamo ancora. Il libro è impaginato e dentro c’è una sua foto, non ho da chiedere altro al mondo. Scendiamo in strada e mi offre da bere, giuro che ho insistito per pagare ma non c’era verso, e prendo un bicchiere schifido di vino rosso che ci fosse stato Piero Ciampi altro che balle, gli avrebbe distrutto il locale a quelli lì. Restiamo ancora lì a lungo. Fuori piove. Poi è tempo di tornare a casa. Ci promettiamo di ritrovarci presto. Come potrebbero prometterselo due tronchi in balia delle onde. E lo sappiamo. Per questo ci mettiamo parecchio a salutarci. E nella borsa ho le bozze definitive e la sua foto. Con quella gioia lì mi avvio verso la stazione.





Prendo un treno di quelli sgangheri, credo si dovesse cambiare da qualche parte ma forse era un diretto per Perugia. Sta di fatto che, nel buio nero dell’inverno e mentre continua a piovere, a un certo punto il treno si inchioda in uno stridere di ruote metalliche e notte e scintille e gente che urla e carrozze che si scuotono e luce che va via e non torna e il pavimento che vibra come a dar conto della morte di quella bestia meccanica. Fermi nella notte. Nessuno capisce cosa è stato. Non si vedono luci intorno. Qualcuno, forse il personale di servizio, scende timidamente con una torcia in mano. Si sente gemere e grida prolungate. Dei versi di dolore. Da tutte le parti e sparse nel buio queste urla salgono al cielo e entrano nel buio dei vagoni. Orrore vero. Poi si comincia a capire. Il treno ha investito un enorme gregge di pecore e col favore della luce riattivata in alcuni vagoni quelli sul treno cominciano a intuire cosa sia successo. Pecore ancora vive incastrate sotto i vagoni, pecore sbranate dal binario e la macchina che stanno sparse attorno come nei peggiore horror da quattro soldi. Altre pecore sopravvissute corrono intorno e sono ombre agghiaccianti, i segugi di Tindalos, le fiere dantesche, un esercito oscuro venuto a chieder conto delle nostre anime di viaggiatori, che c’è da giurarci che l’Ade è lì. La gente prova a scendere e le gambe affondano nella mota. Siamo in mezzo ai campi bui. Piove. Un uomo alto, di colore, con un cappello di astrakan, grida. “Io sono un funzionario d’ambasciata, io sono un funzionario d’ambasciata”. Qualcuno gli chiede di piantarla e tutti gli fanno capire che non gliene fotte un cazzo e che nulla può cambiare a suo favore adesso. E le pecore dentro le ruote e il sangue sulle fiancate e l’odore di pioggia e viscere. Nella mia borsa ho la bozza definitiva del libro. Penso a Mario Dondero e a come mi chiedeva dei miei viaggi giornalieri con il trenino. Mi domandava dei miei viaggi in genere e io a lui dei suoi e ridevamo. Poi non mi ricordo come m’era presa quella cosa mia dei racconti, che non è un caso se qualcuno mi chiama da anni el Cuntà che è cosa friulana che nemmeno ti traduco, e gli avevo descritto quelli con cui condividevo i viaggi da Perugia. Insomma ero lì in quella scena tremenda che attivava mille storie nella storia e ho capito cosa aveva cercato di dirmi Mario Dondero quella sera, mentre mi mostrava le foto che aveva in borsa. Ero lì e sapevo che è la strada, l’andare che ti consegna le storie. Poi ci hanno fatto camminare nel buio, dopo ore, con il fango che ai miei anfibi faceva poco ma che forse si mangiava le scarpe del diplomatico colbaccato e del suo codazzo. Una sorta di armata in ritirata. L’anabasi dei pendolari. Siamo arrivati su una strada e sono venuti con degli autobus a recuperarci. Ci hanno portati, mi pare, a Spoleto e in quell’attesa forzata altri lampi di umanità mi hanno regalato storie ennesime. Mi sono ripromesso di tenerne buona memoria per il pranzo del giorno dopo, a Roma, con Mario Dondero. Inutile dire che non è più passato e ho mangiato da solo perché così andava sempre.







Poi Mario l’ho ritrovato ancora una mattina alla stazione di Arezzo. Andava a trovare un amico, una sorta di mecenate che gli faceva fare mostre e libri da quelle parti, uno che avevo conosciuto anche io mentre allestivo a Siena la mostra su Franco Pinna. Gliel’ho raccontata, fuori tempo massimo, la storia del treno e della notte d’inferno. Aveva un lampo negli occhi. Sospetto che gli sarebbe piaciuto fotografare le facce che marciavano nel buio sotto la pioggia. E, nell’oscurità, le foto sono solo una suggestione ma vale la regola che si scatta per entrare nelle vite e nelle emozioni, prescindendo dal favore di luce e con buona pace dell’esposimetro.



L’ultima volta Mario l’ho ritrovato qualche anno dopo al salone del libro di Torino. Ci siamo fatti grandi feste e Stefania era al settimo mese e lui ha voluto a tutti i costi farle un mucchio di foto. Quello era Mario, uno che ti scattava foto che poi non rivedevi mai. Ma io e Ste siamo contenti di averci qualche foto nostra infilata chissà come nell’impossibile archivio randagio di Mario Dondero. Grazie a te.



martedì 16 febbraio 2016

Appunti dal futuro













Quando lavoravo in casa editrice come photo editor un paio di volte alla settimana, a spezzare la consuetudine con le agenzie e con la digitalizzazione sistematica di tutte le narrazioni iconografiche possibili, la scrivania mi si riempiva di foto stampate su carta politenata. Generalmente erano foto in bianco e nero perché pare che regalino una potente suggestione autoriale, soprattutto tra quelli che di fotografia non capiscono niente. E una volta su due erano personaggi che m’avevano chiesto per mesi udienza, non che fosse difficile raggiungermi ma questi me li dovevo gestire a dosi misurate per non esserne consumato. Arrivavano e mi piazzavano davanti albi ingrassati da stampe di pregio. Alcuni fotografavano ancora su pellicola. Ingrandimenti che dovevano essere costati parecchio e che quelli del laboratorio avevano fatto stampando su carta fotografica dal computer quei ricercatissimi negativi preventivamente passati allo scanner. Tutto è file o tutto lo diventerà. E questi poveracci s’erano dannati a scattare in ossessione di posa e impugnando esposimetri spot che potevano raccontarti con intima precisione la millimetrica natura della luce. Andavano a ritirare le stampe e pagavano convinti che nel retro ci fosse un omino che stampava alla luce rossa della camera oscura, passando la carta dallo sviluppo al fissaggio con consumata abitudine.  E la grana dei loro negativi, sparsa con casualità era stata intanto sostituita dai pixel geometricamente ordinati della stampa digitale ma loro non sospettavano l’oltraggio alle loro gelatine sensibili primigenie e si guardavano le stampe valutando con orgoglio la gamma dei grigi. Al fotografo di quella pezzatura piaceva e piace pensare di saper vedere cose che non esistono nel suo cervello. Parlava di incisione, di contrasto e cose così perché l’avevo letto nei blog e nelle riviste. Una galassia umana tragica e dalla creatività in avanzato stato di ottundimento. Gli stessi che scrivevano e scrivono in rete l’opinione su qualsiasi oggetto e coltivavano passioni tenaci ma la fotografia era la loro ossessione su tutto. Scattavano e poi caricavano sui siti di condivisione, non luoghi dell’attenzione in cui ognuno sta concentrato sulle sue cose e lo scambio eventuale tra utenti è funzionale solo all’attivazione di reciproche attenzioni che sono monumenti alla solitudine. Io guardo le tue foto se tu guardi le mie e ti farò i complimenti ma dentro continuerò a pensare che tu ora starai guardando e capirai che io sono molto più bravo di te. Lo pensano entrambi e allo stesso modo si fanno grandi complimenti.

A un certo punto della loro ossessione autoriferita iniziavano a chiamare me e a scrivermi e con il copia incolla prendevano contatto con altri trecento miei omologhi della macchina editoriale sparsi per il mondo. E un giorno varcavano la soglia di quel mio ufficio ingombro di vecchi giri di bozze e copertine abortite e stamponi e tipometri. Entravano timidi e mi mettevano le foto davanti, decisi a giocarsi la carta dell’umiltà. Ma io lo sapevo che non sarebbe durata molto. Scorrevo le foto, che la curiosità s’attiva sempre ma poi viene inevitabilmente sostituita da una pratica minima della cortesia. Una volta su tre le foto erano la memoria di un viaggio in India. Sospetto che per noi le pagine salgariane abbiano costruito nel tempo un immaginario esotico condiviso che prescinde ormai dalla lettura e che piuttosto è una sorta di tara genetica. Quelle foto dell’India, anno dopo anno, albo dopo albo, erano sempre uguali. C’era un tizio con il turbante seduto a gambe incrociate a bordo Gange. Guardava in macchina e fissava dritto me. Lui pareva averlo capito che tutte quelle foto della sua faccia in bianco e nero per enfatizzare i segni della pelle e gli occhi strizzati dal sole e la magrezza che lo davano in odore di santità,, che in India tutto è santo di qualcosa d’altro, negli anni sarebbero arrivate alla mia scrivania. Lui guardava proprio me in quelle fotografiee c’era complicità. Entrambi campavamo grazie a quel cerchio che iniziava quando lui accettava qualche rupia per farsi fotografare e si chiudeva quando fingevo di guardare assorto quel racconto politenato in bianco e nero. Non riuscivo a non guardarlo, a non fermarmi su quella faccia che avevo imparato a conoscere. Quasi m’accertavo che da un fotografo all’altro, da un albo all’altro, il mio complice se la passasse bene e potesse tenere botta per altre mille foto ancora.
A realizzare quelle immagini non erano mai i professionisti, quelli sono sciacalli furbi della comunicazione e non si sognerebbero di presentarsi a un photoeditor con la foto del santone del Gange a meno che quest’ultimo non fosse stato strangolato da un Thug. Maledetta incancellabile memoria salgariana che torna come un rigurgito a ogni suggestione d’esotico. Quelli che facevano quelle foto amavano definirsi “amatori evoluti”, recuperando una surreale definizione di moda nelle riviste di fotografia per costruire una sorta di limbo tra i dilettanti e i professionisti. In quella terra di nessuno il mercato pescava a mani piene, perché vi si aggiravano vite sospese tra la secca d’abitudine di esistenze scandite da ritmi da ufficio ministeriale, impieghi sicuri e cattedre ottenute da un concorso all’altro arrivando vecchi e senza fiato alla propria missione didattica. Avevano soldi da spendere questi qui perché erano disposti a comprare i loro sogni come già avevano da un pezzo imparato a far mercato delle proprie voglie e riempivano borse capienti di attrezzature e obiettivi e camminavano d’estate con il fardello delle truppe coloniali in marcia nel deserto dell’anima.

sabato 25 luglio 2015

i Lazzaroni vanno alla guerra





Tutto comincia da una foto. La guerra è quella d'Etiopia. In uno scontro tra le truppe coloniali italiane e i resistenti etiopi viene ucciso il deggiac Hailù Chebbedè, uno dei capi della guerriglia nei territori del Goggiam. Le foto, perchè ne conosciamo un'intera lunga sequenza, sono state scattate da Angelo Dolfo, un professionista al seguito delle truppe italiane, oggi si direbbe embedded. La testa del deggiac, ucciso in uno scontro il 24 settembre 1937, fu messa in una scatola di latta originariamente destinata a contenere biscotti Lazzaroni e portata in giro tra i villaggi e infine esposta su una forca al mercato di Quoram per ordine, parlano le carte d'archivio, dello stesso vicerè d'Etiopia, Rodolfo Graziani. La sequenza mostra la scatola che viene aperta tra i ghigni dei soldati italiani, si legge bene la scritta "Lazzaroni" sulla latta, e poi ancora la testa sospesa a una forca con dei giri di filo di ferro a cingerla in un ultimo oltraggio.

I biscotti Lazzaroni erano quelli nelle scatole di latta gialla che trovavo a casa delle zie. Nei salotti bui e gozzaniani dell'estate al sud le voci parlavano basse, che tutto poteva chiamare il caldo che fuori ammazzava le strade e ogni tanto da certi sportelli segreti venivano tirate fuori quelle scatole che contenevano una dovizia di pasticceria da pomeriggio, da thè, da salotto della zia. E sceglievo sempre quello con la ciliegia candita o quell'altro con la cioccolata a coprirne metà che se lo trattenevi per più di una frazione di secondo tra le dita ti marcava le impronte e denunciava le tue preferenze in materia di biscotti.
Le scatole di biscotti erano anche comode per tenerci i soldatini e tornavano buone anche per farci delle trincee di fortuna per quell'esercito di plastica dalle fusioni approssimative, brutta copia di quegli altri costosi che facevamo bella mostra sugli scaffali del negozio. Erano una risorsa infinita quelle scatole di latta, potevi suonarci sopra i tamburi come nei film di Tarzan e io ci tenevo le rane che prendevo negli stagni in campagna.

Il mio mestiere passa dalla lettura della storia attraverso le immagini e ho lo stomaco del medico legale al tavolo settorio e difficilmente mi ritraggo. Quando però ho visto la scatola dei biscotti Lazzaroni usata per portare in giro l'orrore m'è sembrato un oltraggio alla mia più intima memoria domestica e ho avuto un sobbalzo. Del resto uno degli orrori più potenti della guerra è che non conosce la dimensione intima, domestica, piomba su tutto e tutto dilania assetata di morte e morte e morte. E allora ho provato a raccontare una storia a mia volta immaginando il nemico, un generico nemico di una guerra che all'inizio non è collocata nelle coordinate di spazio e di tempo di pertinenza ma piuttosto rimane in un limbo che è la terra di nessuno del dolore che tutte le guerre portano. Un nemico solo sussurrato che a un certo punto diventa carne e urla e morte. Quel racconto nelle mani di Loris Vescovo ha preso il passo di una storia da portare sui palchi dei teatri. Colonie è una storia in cui i nemici si confondono con le vittime e ci sono italiani e tedeschi e etiopi e russi e la guerra che è sempre la guerra maledetta, perchè non c'è la guerra buuona e quella cattiva.





Da piccole mia nonna ci ha insegnato a distinguere il bene dal male attraverso i suoi racconti, che erano un intreccio fitto di parole a fil di voce, con le sue dita mosse nell’aria come mantidi tese ad afferrare la nostra attenzione. Il bene era tutto concentrato nelle storie di solidarietà, di lealtà, di generosità, di dignità, tutte parole con un accento che scoppia in fondo per dare clamore a quello che devono evocare. Il male era una massa densa e scura di gesti che andavano dal sorriso negato alla morte inferta. Ci voleva poco a capire che il marcatore del male, una sorta di prova del nove quando ti afferrava qualche dubbio etico, passava tutto dal dolore degli altri che avrebbe potuto essere anche il tuo dolore.



Uccidere, assassinare, strappare alla vita, colpire, tagliare, smembrare. Il delitto orrendo, quello maledetto di cui non ci si deve macchiare mai. Assolutamente. Questa idea ce la portavamo dentro piantata a cuneo, qualcuno canterebbe, tra l’aorta e l’intenzione.  Sembrava una certezza incancellabile. Fino a quando s’è cominciato a parlare del nemico. All’inizio erano vaghe allusioni, più un dirselo per bisbigli, guardandosi attorno per vedere se ad ascoltare c’erano i più piccoli. In ragione del fatto che i bambini non sanno dominare la paura. Così si diceva tra adulti. Nei giorni successivi però il nemico s’è imposto nei nostri gesti quotidiani come una presenza carica di angoscia ma sempre con quel sospeso che non sai afferrare. Dentro, in fondo alla pancia, dove va a frugare la bestia fottuta della paura, scattava un meccanismo di difesa piuttosto elementare che ti sussurrava “vedrai che non è vero”.




Un giorno vidi il cane dei vicini precipitarsi su un uccellino, un nidiaceo caduto dal tetto e rimasto sul piazzale stordito e incapace d’essere volo. Il cane lo afferrò e in quel morso e in quello scuotimento c’era già il senso di una fine ineluttabile. Eppure corsi a vedere, negando l’evidenza di quella violenza, sperando di non trovare quella morte che già sapevo. Già… sperando. Sempre per quella difesa minima che possiamo permetterci quando è già difficile darci definizione plausibile del male.




All’inizio il nemico aveva forma di nebbia nei nostri racconti. Mai concreto, era da subito maledettamente cattivo, maledettamente efficiente nella sua pratica dolorosa e nell’altra valle dice che li hanno portati sulla riva del torrente e poi uccisi lasciando i corpi ad avvelenare l’acqua. Ma prima hanno bruciato, violentato, mutilato, deriso, rubato. A ogni nuovo racconto della stessa storia s’aggiungeva un particolare ennesimo, qualcosa che fino a quel momento non s’era riusciti neppure a immaginare. A riprova che anche con la fantasia il nemico ci superava. Una fantasia esercitata con la morte assegnata d’ufficio, ancora, una fantasia che noi non sapevamo eccitare nei nostri pensieri. Perché, ve l’ho già detto, l’assassinio era per noi il peggiore di tutti i peccati.





Ora sono mesi che questa guerra continua e non servono più i racconti, perché il fumo che si alza nero dagli altri villaggi lo sappiamo vedere anche senza indicarcelo con il dito puntato. Del resto tutti i racconti hanno perso la foga dei primi tempi. Ora quello che c’è da sapere lo leggiamo sulla faccia dei nostri che tornano. Le ferite sono sangue vero che azzera tutti i bastioni difensivi dietro cui abbiamo asserragliato i nostri pensieri. La realtà non lascia nessuno scampo ai dubbi. Non c’è più “sarà vero?”, sostituito da un lacerante “vorrei non lo fosse”. A darci conferma che anche da adulti dominare la paura è un bell’azzardo. E uccidere non è più una colpa incancellabile e la nostra regola più rigida si piega ogni giorno alla convinzione che monta dentro gli uomini del nostro villaggio. Uccidere non è più una colpa maledetta e basta, adesso è chiaro che la misura della colpa sta tutta nel colore del sangue che ora, mentre torni al villaggio, t'ha sporcato le mani. Ci sono i morti giusti e quelli sbagliati. Ci sono i morti. Quest'evidenza lacerante ci ha rubato i giorni e il respiro del sonno. Abbiamo paura di morire e paura della maledizione che i nostri uomini si portano addosso con il sangue dei nemici. Ci hanno fatto a pezzi. Ci hanno sbranato la libertà di non voler ricevere e dare dolore. La libertà appunto.





Poi i nostri uomini sono spariti. Non sono più tornati al villaggio. Al tramonto partivano e tornavano a giorno fatto. Restavano lì, buttati in un angolo a dormire con un respiro di cui avevamo paura di riconoscere l’alito. Le armi in piedi, appoggiate alle pareti, e i più piccoli che le spiavano in bilico sul divieto assoluto di toccarle, di pensarle, di sfiorarle. Gli uomini di giorno parlavano solo tra loro, a bassa voce. Mangiavano quel poco che si riuscivano a procurare le donne e poi dormivano. La nonna ci diceva di non fare rumore per non svegliarli ma noi avevamo visto mille volte i nostri padri, gli zii, i fratelli, i cugini e i vicini di casa buttati lì per terra con gli occhi sbarrati nel vuoto. Lo sapevamo che quello non si poteva chiamare sonno. E poi erano partenze e ancora ritorni. Quando li vedevano risalire verso il villaggio le donne da lontano tenevano il conto e cercavano di leggere nel passo pesante di quell’ultimo tratto di sentiero l’esito di quella notte ancora maledetta. I feriti già da lontano venivano valutati ma erano tornati e già era qualcosa. Poi c’erano quelli che non ricomparivano sulla strada del ritorno e vecchi e donne che piangevano di un lamento silenzioso, chè tutto ormai andava misurato sulla paura d’essere solo intuiti in quel lembo di terra che pensavamo nostro da sempre. Poi gli uomini, tutti gli uomini, hanno smesso di tornare e qualche donna ha preso le armi rimaste ancora al villaggio ed è stata inghiottita dall’orrore oltre la collina. E il fumo c’era sempre ma ora ne sentivamo anche l’odore.







Sono arrivati al villaggio la prima volta. Sono scesi dai camion e gridavano. Polvere sollevata e le poche bestie che correvano terrorizzate e bambini che piangevano. Tutti correvano senza sapere dove. Il prezioso contenuto delle pentole magre restava abbandonato al fuoco o rovesciato in terra e nemmeno i cani a lappare. Gridavano quegli uomini, coperti di panni tutti uguali e armi, molte più armi di quante ne avessimo mai solo sospettate oltre la collina. Non capivamo ma c’erano altri uomini, vestiti come i nostri, con la faccia e le mani come quelle dei nostri che non erano tornati ma non era un buon motivo per dimenticare. E poi c’erano quegli altri, come e peggio di tutti i racconti. Ce li avevamo davanti. Esistevano sul serio se esistevano quelle grida e la polvere e i bambini che piangevano. Erano pochi e davano ordini a quegli altri, gente come noi ma qualcosa ci diceva di non fidarci. Ci hanno radunati e qualcuno ha parlato nella nostra lingua. Volevano sapere dov’erano gli uomini, volevano che s’ammucchiassero le nostre provviste sui loro camion. Poi sono arrivati due di quegli uomini cattivi con la pelle chiara. Trascinavano mio zio. Era vecchio mio zio.  L’hanno portato al centro dello spiazzo e hanno iniziato con le botte e non ci potevo credere a sentire quel rumore. Non lo sospetti fino a quando non lo senti che le ossa che si rompono hanno il rumore dei rami spezzati, della legna che si spacca alla fiamma la sera. L’hanno lasciato morto lì.





 A volte non li vedevamo per settimane. A volte arrivavano e si fermavano qualche notte al villaggio. Mangiavano tra loro. Noi non esistevamo. Di giorno non esistevamo. Una sera vennero da noi mentre dormivamo con quel sonno che era stato dei nostri uomini che tornavano al villaggio. Mi trascinarono via. Mi portarono in una capanna e c’erano altre ragazze del villaggio. Ci strapparono i vestiti e nessuna gridava. Per la maledetta vergogna che nelle altre capanne capissero quello che ci stava per accadere. Sei soldati mi hanno afferrato e ridevano e puzzavano e si sono ficcati dentro di me e mi facevano male e graffiavano e mordevano e mi scavavano. Poi uno mi ha girata a pancia sotto e, con la bocca che mordeva la terra e mentre gli altri ridevano mi ha scavata ancora più forte e m’ha fatto morire le urla in gola. Ci hanno riportato all’alba alle nostre capanne. Nessuno mi ha detto nulla ma le donne sapevano. Lo sapeva anche il sangue che si raggrumava sulla tela povera di quello che restava del mio abito. E poi per altre notti, fino a farci andare da sole a testa bassa alle capanne dei soldati. A volte erano come noi, a volte erano quegli altri con la pelle chiara. Cattivi.



Un giorno è arrivata una macchina e sono scesi alcuni uomini che, a giudicare da come si muovevano gli altri, dovevano essere dei capi importanti di quelli lì, degli italiani. Già, a un certo punto avevamo iniziato a chiamarli così, senza idea di dove potesse mai essere la loro terra, la loro madre. Gli italiani erano lì e non si sapeva da dove fossero venuti. Una punizione certamente. Ci radunarono ancora e uno reggeva una scatola di latta che originariamente, ma non potevamo sospettarlo, era destinata ai biscotti. C’era scritto “Lazzaroni” su quella scatola. L’uomo che la reggeva l’aprì. Dentro c’era la testa di mio padre.


Quando arrivò, il respiro degli italiani arrivò dal cielo e si rubò il nostro di respiro. I gas, i gas, gridavano tutti e quante parole nuove avevamo imparato in fretta. Ma la fretta non bastò a nulla.  L’aria degli italiani uccise la nostra aria e al villaggio dopo non restò che fare i conti con la polvere. E una vecchia scatola di biscotti di latta incrostata di sangue.



"Colonie" sul palco del Mittelfest